Categoria: LA STORIA SIAMO NOI

La storia del Firenze Rugby attraverso i suoi personaggi

L’aria del Borelli

Firenze, 28 maggio 2015 – Sabato 23 e Domenica 24 Maggio si è svolto il 9° Torneo Francesco Borelli. “Il Borelli” per chi lo conosce e lo vive dall’interno.
Perché “il Borelli” bisogna viverlo dall’interno per capire che prima che un torneo è una festa.

Come nelle giostre medioevali, la disfida è il punto culminante di una festa più ampia: il torneo è la ragione che invita a fare festa.
Così è per il Borelli, che è un po’ Natale e un pò Carnevale, un rito di passaggio che sancisce definitivamente l’arrivo di un tempo nuovo.

Con il Natale il Borelli condivide la solennità e la capacità di creare un “tempo sospeso”. Durante il Borelli pare davvero che ognuno sia più buono.
Avete mai visto qualcuno litigare durante il Borelli? Forse si, ma non ditelo in giro.
Con il Carnevale il Borelli condivide invece la capacità di invertire il corso normale delle cose e mescolare i ruoli.
Al Borelli puoi incontrare direttori d’azienda cimentarsi con la ramazza e compite segretarie diventare direttrici inflessibili.
Si può persino vedere qualche pigro nullafacente correre senza sosta da un campo all’altro.
Ma soprattutto ti può capitare di vedere un bambino timido e gracile affrontare il campo con la grinta di un veterano o un robusto ragazzotto sovrappeso involarsi sulla fascia e volare leggiadro in meta.

Il prof. Garryowen Flanker dell’Università di Hooker ha affermato che:
“Il Borelli è un rito di rinnovamento che racchiude in sé il sacrificio ma anche il principio comico, l’espressione ridanciana, lo scherzo, il riso del popolo (come nell’opera di Rabelais).
L’impegno e lo svago si mescolano in una vera festa popolare che trasforma l’ordinario in straordinario”

Ad un certo punto la senti, l’atmosfera del Borelli che ti avvolge insieme ai fumi della grigliata, tutto ciò che hai attorno si “borellizza” e anche l’ultimo ghigno si trasforma in un placido sorriso.
A malapena ti accorgi che le squadre del Firenze 1931 giocano, si battono e per poco non vanno in finale.
Dura pochi minuti la delusione di scoprire che una meta di differenza ti fa perdere la coppa, poi torna l’aria del Borelli ed è di nuovo festa.

E allora che festa sia: buon Borelli tutto l’anno fino al prossimo Borelli.

Vittorio Iervese

CRONACA DI UNA NOTTATA “BRAVA” DEI VETERANI DEL FIRENZE

Alias, tutti sulla costa dal Chirici a mangiare il cacciucco

Chi è passato ieri dal Lodigiani ieri sera 30 ottobre 2014 ha notato un bus che attendeva una squadra di rugbisti un po’ speciale. Erano i veterani del Firenze 1931 già Cus Firenze che si erano dati appuntamento per sostenere l’ennesima trasferta. Questa volta non era un campo di rugby ad attenderli, ma un ristorante sulla costa toscana e come “avversario” neppure 15 giocatori di rugby, ma un saporito cacciucco alla livornese, fatto con tutti i crismi.

Per l’occasione, sono scesi in campo i seguenti giocatori coi rispettivi numeri, che hanno degnamente portato sulla schiena per innumerevoli anni, e perchè no: con molto onore. Pilone sinistro PAOLO CHIRICI 1; Talloneur STEFANO BARTOLONI 2 poi sostituito da GIOVANNI CERCHI; pilone dx CIULLINI; in seconda linea si schieravano MAURIZIO CONTI e, FULVIO PAGNINI; la terza linea, per l’occasione foltissima vedeva schierati al ruolo di flanker PAOLO “ciafo” GHELARDI,col n. 6 il capitano; terza centro PIERO “bocca” TRINCA, al n.8; l’altra guardia STEFANO DI PUCCIO con la maglia n. 7.

Tutto il reparto nel secondo tempo è stato degnamente sostituito da altrettanto esplosivi giocatori quali TUTU’ TANTURLI, MARCO CINQUINA, e MATTEO D’ONZA; uno scampolo di partita ha visto l’innesto in squadra anche di VINICIO BRILLI; mediano di mischia CRISTIANO MANSANI col mitico numero 9, poi sostituito dal funambolico PAOLO RENZONI, sempre all’altezza della situazione; al numero 10 per l’occasione ritorno di GIOVANNI LANDINI, inventa qualcosa… gli diceva qualcuno! Nei tre quarti, si rivede ROBERTO PEDULLA’ schierato al n.12 poi è subentrato ROBERTO VOLPI; secondo centro il coriaceo SAURO TOGNONI col 13; due ali col turbo.

MAURO MATTEI, azzurro n.222 e FIORENZO BURATTIN rispettivamente coi n. 11 e 14. Con la maglia n. 15 faceva il suo felice rientro FELICE VACCARO, che con le sue sapienti giocate in attacco ed efficaci placcaggi riusciva a…….. Accompagnava questi virgulti giovanottoni PATRIZIO CATANI, che con la sapienza che lo ha sempre caratterizzato, dirigeva la compagine con la meticolosità di un direttore d’orchestra! Certo, una squadra così, di questi tempi avrebbe certamente detto la sua, ad alti livelli.

Ma a Quercianella, al ristorante Il Calesse, c’era tutt’altra atmosfera, scherzi, goliardia di un tempo, tanti ricordi ma anche tanto affetto ed una AMICIZIA nata su un campo di rugby che si perpetua costantemente nel tempo. Che possa essere da insegnamento alle attuali generazioni che calcano il Lodigiani.

Per la cronaca abbiamo cantato “Felice è bello Felice è forte”. Il Presidentissimo merita tutta la stima che una squadra di rugby di rispetto possa esprimere! Ed infine ALABIN, ALABAN, ALABIN, BUN BAN, CUS FIRENZE URRAH, URRAH, CUS FIRE’, CUS FIRE’, CUS FIRENZE, ZE, ZE, ZE!!! Ah, dimenticavo che da lassù ci è parso che anche Mario e Francesco approvassero ed osservassero da spettatori attenti.

f.b.

Gianni Mansani racconta gli anni del dopoguerra al Padovani

Il piacere delle trasferte in treno e un bel messaggio per i giovani rugbisti

Giovanni Mansani, detto Gianni, classe 1926, come ti sei avvicinato al rugby?
Ecco, noi ci si allenava come Calcio Storico al campo Padovani, e si vedeva questi ragazzi che giocavano a rugby. Poi Giancarlo Lippi che era un mio amico e veniva alla piscina dove io giocavo a pallanuoto, una volta mi disse: «Perché non vieni anche te a giocare a rugby, so che vi allenate al Padovani… ». Così un giorno, capitai lì per caso, mi buttai, e cominciai a giocare a rugby. Fu così che conobbi una persona veramente notevole: il dottor Tessari. Una persona veramente squisita che non mi dimenticherò mai, è stato il mio primo allenatore. È stato lui a farmi iniziare, tramite il Lippi. Poi conoscendo anche altri ragazzi dei quali ho avuto una grande stima, come il Rannotti e il “Brillino”, mi sono inserito. Io prima ho giocato al calcio storico e poi al rugby contrariamente a quanto succede spesso.

In che anni siamo?
Era il ’49/’50. Il Calcio Storico è ripartito dopo la guerra nel ’46 ed io la prima partita la feci nel ’48. Gli azzurri si allenavano al Padovani e avevano la sede all’Affrico. Dove adesso ci sono gli spogliatoi del tennis, che prima non c’erano, noi lasciavamo le biciclette, perché a quei tempi ci si spostava con quelle, e lì ci si spogliava. Tutta la squadra dei Verdi si allenava lì. Gli Azzurri sono venuti dopo, verso il ’70. Nel Calcio Storico a quei tempi le prime partite le giocavano i Verdi contro i Rossi e i Bianchi contro gli Azzurri. Di solito vincevano i Verdi e i Bianchi che facevano la finale. Io ero dei Verdi ma giocavo anche azzurro. I calcianti coprivano due colori. C’erano due coalizioni, Verdi-Azzurri e Bianchi-Rossi, poi ci fu la scissione e si divisero nei quattro quartieri e ognuno scelse il colore che preferiva.

Quindi sei stato un precursore anche del binomio calcio storico-rugby…
Si certo. Alcuni giocatori nostri del rugby andavano a giocare nei Bianchi, tipo il Lippi, il Filippi, Mazzacurati, Molfetta. Altri come me, il Brilli, il Carletti e il Ronchi, che era mediano di mischia, si giocava negli Azzurri.

Mi racconti qualcosa della tua carriera rugbistica?
Allora senti il primo anno che giocai era il ’50 e la prima partita la feci contro il Parma. Il Parma, Il Rovigo, l’Amatori Milano e L’Aquila erano le squadre migliori poi c’era la Roma e la Lazio. Si parla della Serie A, ma noi come Cus non si poteva tenere il tenore della Serie A. Si passò in Serie B, dove si giocava contro il Bologna, contro il Livorno. Erano partite molto accese anche in Serie B. Si andava a Torino a Trieste. Erano queste le squadre di Serie B. C’era anche la Partenope e i Bersaglieri Sanniti. Fino al 64’ ho giocato sia a rugby nel Cus Firenze che a calcio storico, quando mi feci male ad un ginocchio e dovetti smettere.

CUS FIRENZE vs BOLOGNA – Padovani ’50/’51 Da sx maglia bianca: Molfetta; Nannotti; Bacci (dietro); Martelli; Mansani; Brilli.

I ricordi più belli?
I ricordi più belli sono quelli delle trasferte. Le trasferte si facevano in treno, quello che era bello era l’atmosfera che si creava nei vari scompartimenti del vagone. La gente veniva a sentire le battute, le canzoni che logicamente erano un po’ scurrili. Erano canzoni accese, tipo quelle del Vinicio – che aveva una mente notevole – , dei fratelli Luconi, Armando e Renato – che poi è diventato medico ginecologo – gente effervescente, come anche il Molfetta. Il piacere era andare fuori insieme, l’allegria di quei momenti era il viaggio per arrivare alla partita. Poi c’era la soddisfazione di giocare… qualche volta si perdeva purtroppo, ma al rientro si ritrovava quel momento di allegria insieme che poteva risollevarti dallo sconforto della sconfitta. Sconfitta presa nel senso goliardico.

Hai giocato pilone, anche a quei tempi era un ruolo di sacrificio immagino…
Eh si, purtroppo molto pesante. Ero anche pilone destro… per cui ancora più di sacrificio, ma non sono mai indietreggiato. Questo posso dire, anche quando il Lippi – che era seconda linea dietro di me – mi diceva “retrocedi” quando voleva far girare la mischia, ma io non volevo arretrare. Si rinnovava sempre questa battaglia tra me e il Lippi quando mi chiedeva di retrocedere e io non volevo.

Cosa è cambiato nel rugby di oggi rispetto a quello di quei tempi?
Prima di tutto noi si giocava molto al piede. La palla che cadeva a terra non è che si raccattava e si faceva la “testuggine” come adesso, si formava una specie di gruppetto e con calcetti si portava avanti. Ma erano tutti giochi infantilini. Poi in touche adesso ti buttano per aria, mentre prima bisognava saltare e i piloni facevano da protezione a chi saltava per formare la maul per andare avanti. Un ottimo saltatore era il Carletti, saltava molto alto, nonostante fosse 100 e passa chili. Il gioco nostro era semplice e lineare. Touche, si vinceva la palla, il mediano di mischia la passava sui trequarti, palla fino all’ala che calciava sui centri. Si cercava di recuperare la palla e di sviluppare il gioco come prima magari dalla parte destra invece che sulla sinistra o viceversa.

Quali sono i personaggi che vuoi ricordare? Prima hai citato Tessari…
Tessari il nostro allenatore, un uomo disponibile, di una grande apertura d’animo e competente. Era un parmigiano, faceva il farmacista e si era trasferito a Firenze, aveva la farmacia al Ponte Rosso. Ogni tanto si andava li a trovarlo, e io lo andavo a prendere con la macchina per portarlo al campo per allenarsi. Era una persona squisita di una capacità e di una disponibilità notevole che ti trasmetteva qualcosa di eccezionale. Abbiamo conosciuto anche la moglie e i figlioli, abitavano in viale Lami lungo la ferrovia, io andavo a prenderlo e lo accompagnavo al campo. Alle tre, tre e mezzo noi ci si allenava, nell’orario di chiusura della farmacia. Con lui ho avuto un rapporto notevole… di disponibilità… un’amicizia… me lo ricorderò per tutta la vita quest’uomo.

Fra i giocatori chi hai il piacere di ricordare? I tuoi compagni di prima linea?
I miei compagni di prima linea si. Mi ricordo inizialmente c’era il Luconi che giocava pilone, Vinicio Brilli e “Carlino” Martelli, che si sono avvicendati continuamente per un motivo o per un altro. Chi ha avuto il periodo più lungo in prima linea è stato il Da Milano anche lui pilone, un ragazzo molto quadrato e molto forte anche. Poi naturalmente di tallonatori ne sono passati diversi, dal Bacci al Melli e tanti altri. Gente con la quale siamo stati insieme 10/15 anni e abbiamo fatto le cene fino a qualche anno fa. C’erano anche diversi studenti stranieri, inglesi o francesi, che venivano a studiare a Firenze stavano un anno o due e poi sparivano. Con quelli, che magari erano anche molto bravi, non c’era quell’affinità che avevo con gli altri. Quindi ritorno a dire il “Baccino”, che fu il primo tallonatore che ho avuto, poi il Melli che è diventato magistrato e che purtroppo è morto, poi c’era il Cavallo e il D’Onza padre di Matteo, architetto… anche lui è venuto a mancare.

E negli altri ruoli?
C’erano le seconde linee, le più belle di tutti. Li c’era il “Lippone” e questo Carletti, uno grossone che lavorava dai pazzi, era medico a San Salvi. Una volta, mi ricordo, si andava a giocare a Padova, e ci allenava allora il Turcato, che era stato tallonatore con me, che veniva da Rovigo, uno che veramente nel rugby poteva spadroneggiare. Poteva giocare tutti i ruoli da tallonatore a terza centro, veramente notevole. Si giocò così contro il Padova che era allenato da “Maci” Battaglini, un giocatore del Rovigo che giocò in Francia e al quale è stato intitolato lo stadio di Rovigo. Noi si vinse e lui gli disse a Turcato, che era stato suo compagno di squadra nel Rovigo: «Se io avevo gli avanti che hai tu potevo vincere il Campionato Italiano!». Una mischia forte, veramente notevole. C’era il Molfetta, che era una terza linea anche lui… il “Molfettino” che giocava nei bianchi. Poi un’altra terza che mi sembra di ricordare si chiamasse Marisi, insomma proprio una bella mischia. E ti ripeto io non volevo cedere, puntiglioso com’ero non volevo cedere. I nostri avversari non hanno mai avuto vita facile, non ci “scarrettavano” mai per intendersi.

Quindi le coppie di piloni sono state?
Diciamo che a destra ci sono sempre stato io. Poi si alternavano, Martelli, Brilli e l’ultimo fisso che è durato vari anni è stato il Da Milano. Ricordo anche che il Tessari usava la nostra terza centro con questo criterio: una volta vinta la palla in touche o mischia e che il mediano aveva passato la palla ai trequarti, lui andava a fare la copertura dietro. Doveva essere sempre all’altezza della palla in modo che se la perdeva un trequarti lui poteva intervenire e raccattarla. Tessari aveva escogitato questo sistema e lui interveniva in questo modo.

Un episodio che vuoi ricordare? Sportivo o goliardico…
È quando si andava in treno in trasferta e c’era uno nuovo. Bisognava firmargli il sedere tutti, – ride ndr – non ti posso dire di una persona… erano questi i momenti che ti riempivano il viaggio noioso. I momenti piacevoli, oltre alla partita ovviamente, quando ci si doveva trasferìre il viaggio ti riempiva di piacere.

Un messaggio che vuoi dare ai tanti giovani che anche nella nostra Società iniziano ora il rugby
Penso che il rugby sia una disciplina sportiva come non ce ne possa essere di migliori. È un gioco di squadra in cui bisogna andare ad aiutare il compagno in difficoltà. Una cosa che in altri sport non esiste. Questo è il bello. Se un compagno è in difficoltà devi essere immediatamente pronto a dargli una mano, ad aiutarlo. Dove lo trovi questo? Lo trovi nel calcio? Non esiste. Lo trovi nella pallanuoto? E io ho giocato anche a pallanuoto… non esiste. Lo trovi nella pallavolo, nel basket? Non esiste. Non c’è che nel rugby. Se c’è uno che è in difficoltà, te devi intervenire per dargli una mano. Ti devi sacrificare per aiutarlo a fare quello che lui aveva intenzione di fare. Questo è il bello del rugby. Ed è uno sport che ti da nella vita un insegnamento notevole. Di cavalleria, di disponibilità e di sacrificio. I giovani devono saper questo.

Grazie Gianni!
Ma che ti pare.

 

A cura di Jacopo Gramigni e Donatella Bernini

La storia siamo noi: Giancarlo Lippi

Giancarlo Lippi, classe 1930, ti si può considerare il veterano dei rugbisti fiorentini. Come ti sei avvicinato al rugby?
Mi portò dentro un gruppo di ex sportivi tra cui Aldo Mazzini che era un industriale di Prato che aveva giocato, l’anno della Maturità. Mi fecero la matricola a casa mia e mi dissero che io dovevo giocare a rugby e così cominciai era l’anno 1947.

Quindi attraverso l’università, esisteva già la propaganda per gli studenti
Si mi videro, ero fuori regola anche per quei tempi ero 1,87 molto più alto di ora pesavo anche 105 kg, quindi ero perfetto per lo sport del rugby.

Come si è svolta la tua carriera rugbistica
Ho cominciato con la Nazionale Universitaria, sono stato selezionato nella Nazionale A, dove non ho mai giocato, era poche le occasioni, si faceva solo una partita l’anno.

Ho fatto delle tournèè, Ho giocato invece nella nazionale B contro il Commitèè des Alpes, formazione che comprendeva le squadre francesi d’eccellenza, quelle dell’arco alpino, Il Grenobles, il Nizza e altre. Abbiamo per la prima volta battuto il Commitèè des Alpes, era un partita che aveva fatta ogni anno da prima della guerra, a Rovigo, poi abbiamo fatto una tournèè come Nazionale A a Grenoble e a Chantesseon, ma non è uscita nessuna conferma ufficiale per me e sono rimasto un giocatore che ha fatto una tournèè nella Nazionale A.

Un’ultima occasione mi è stata offerta nel 1964 con una convocazione in Nazionale ma non sono andato per impegni familiari e lavorativi.

A livello di Club ho giocato nel Firenze e durante il periodo di leva obbligatoria nella squadra dell’Esercito che si chiamava Commiliter Napoli e con loro ho giocato un anno in Eccellenza con il Napoli. Poi ho giocato un anno con il Livorno, ma a Livorno ci sono stato solo per un campionato. A quei tempi in Toscana ero insieme a Giannardi il giocatore più noto. Non esisteva il professionismo, neanche il semiprofessionismo però vennero a trovarmi il Presidente della Federazione che era livornese si chiamava Aldo Montano, che è il babbo di quello che ha vinto ora i Campionati del Mondo di scherma.

Una cosa buffa è che il babbo di Bini Smaghi, quello che ora era in predicato per la presidenza alla BCE, si chiamava Bino e ha giocato seconda linea con me nel 1947. Sia io che lui, ci fecero entrare per forza perché lui era un campione  italiano di lotta greco romana e libera e pesava 125 kg e siamo stati in seconda linea insieme. Io avevo appena cominciato e lui di bello aveva questa massa enorme. Ecco lui, Bino, è il babbo di Lorenzo Bini Smaghi personaggio della finanza mondiale, ed è tuttora vivente e 86 anni. Ora che il figlio è diventato famoso sono risalito al babbo, vista anche la particolarità del loro cognome. Una famiglia nobile e colta.

classe 1930
CUS FIRENZE ‘49 In piedi: Lippi; Fabbrini (all.); Corbelli (all.); Tessari (all.); Biffoli; Sapio; Martelli; Abruzzese (dir.); Pezzati; Granozio, Filippi, Fabbri. Accosciati: Zelidon; Giannardi, Bacci, Marchini, Tosetti, Tartaglia, Nannotti.

Come ricordi la storia sportiva del CUS Firenze?
La squadra del CUS Firenze era un altalenarsi fra serie A e serie B, non esisteva A e A1 e noi eravamo una squadra “borderline”, quando eravamo in B eravamo nella fascia alta e quando eravamo in A eravamo nella fascia medio bassa. Sempre “borderline”. Io ebbi la fortuna di essere visto mentre giocavo in serie B, perchè di solito i selezionatori della Nazionale andavano a vedere solo la serie A.
Sono entrato nel giro della Nazionale dalla porta di servizio, anche questo ha avuto il suo peso, a quei tempi le seconde linee si prendevano sempre a coppia dalla stessa società, non esistevano gli allenamenti collegiali quindi dovevano essere affiatati. Oppure prendevano addirittura tutta la prima linea. Abbiamo avuto degli ottimi giocatori venuti da Rovigo, che ci hanno conosciuto durante il periodo che erano sfollati a Firenze.

Quando ci fu l’alluvione del Polesine diversi giocatori vennero a dormire al Padovani, Barattella,  Bettarello, Turcato, e poi Turcato restò a giocare con noi.

Erano sfollati per l’alluvione e la città di Firenze ne accolse tanti e noi accogliemmo i giocatori di rugby al Padovani, dormivano nelle vecchie camerate. Poi qualcuno è rimasto a giocare con noi.

Il rugby passato e quello attuale cosa c’è di uguale e cosa c’è di  diverso?
Diverso nel calcolo dei punti, la meta valeva solo 3 punti, come la punizione 3 e la meta solo se trasformata portava un vantaggio di due punti, non c’era il fuorigioco, non c’era il tenuto. Il fuorigioco c’era, ma era sufficiente essere dietro al pallone.
Era diverso il gioco delle terze linee.  Le terze linee potevano staccarsi dalla mischia quando volevano ma potevano essere schierate anche fuori dalla mischia, ora solo con la touche hai un numero compatibile con quello degli  avversari allora le metti fuori perchè non devono stare in linea. Tutte le attenzioni…

Il nostro gioco era molto difensivo, le partite finivano zero a zero o tre a tre, era  la regola. Segnature ce ne era poche. Era un gioco di interdizione, molto più lento, era un gioco a bloccare le azioni degli altri, che era più facile.

Fortunatamente la Federazione Internazionale ha seguito questa involuzione del rugby e ha fatto in modo che le difese venissero ostacolate perchè quando si cresce è più facile crescere in un gioco di difesa che in quello d’attacco perchè è più facile rompere che costruire, cosa che il calcio non ha fatto…

Lo spirito con cui si giocava ai tuoi tempi?
Lo spirito è sempre lo stesso, malgrado il professionismo, lo spirito è rimasto, quando si legge oggi che un uomo come Wilkinson guadagna un ingaggio di 700.000 euro l’anno, ed è il più grande giocatore dei nostri tempi sarebbe paragonabile ai 15 milioni di euro di ingaggio del calcio.

Lo spirito c’è, perchè quando si smette di giocare bisogna che ti ingegni a trovare un lavoro, non hai guadagnato per campare tutta la vita, e ti devi essere costruito qualcosa per campare dopo. E sento che anche i grandi atleti professionisti, anche gli All Blacks sono tutti pronti per le più svariate carriere, sono dentisti, chirurghi, di gente che non sa dove battere il capo dopo, non ce n’è, e questa mi sembra una grande cosa, che mi sembra sia monopolio del rugby, non trovo concorrenti in altri sport.

Alcuni grandi giocatori che vuoi ricordare?
Vorrei ricordare il fiorentino Giannardi un giocatore a livello nazionale fortissimo, mediano di mischia, ogni partita che ha giocato ha segnato una meta. Sia nel Firenze che in tutte le selezioni Nazionali in cui ha giocato. Era un professore di medicina, anche suo fratello giocava a rugby ed era anche lui professore di medicina. Un uomo velocissimo, correva i 100 metri sotto gli 11 netti con le scarpe da rugby. Velocissimo!

Filippi, giocatore tre quarti ala, fortissimo, terrificante, forse troppo duro, ma fortissimo. Molfetta, è stato una forte terza linea.

Tanti giocatori fortissimi venuti dalla Canottieri: Pezzati, poi Consolazio che non sapeva giocare, ma era forte come un demonio. I fratelli Magris, forti tutti e due, Roberto è morto di recente, due grandi giocatori. Colins ed Evans due forti giocatori gallesi che hanno dato tanto alla nostra squadra.

E allenatori?
Tessari e Radicini i più forti allenatori che ho avuto.

Quale messaggio vuoi dare ai giovani che si avvicinano a questo sport?
Questo sport realmente crea delle ottime basi per avere una affermazione positiva nella vita di tutti i giorni.
A consuntivo, non c’è fra i miei ricordi nessuno di noi che nella vita non abbia fatto un percorso positivo, non può essere una coincidenza, è successo troppo di frequente.

Tutti hanno fatto un’ottima carriera, in ogni professione che hanno voluto seguire.

 

A cura di Jacopo Gramigni e Donatella Bernini