Gianni Mansani racconta gli anni del dopoguerra al Padovani

Il piacere delle trasferte in treno e un bel messaggio per i giovani rugbisti

Giovanni Mansani, detto Gianni, classe 1926, come ti sei avvicinato al rugby?
Ecco, noi ci si allenava come Calcio Storico al campo Padovani, e si vedeva questi ragazzi che giocavano a rugby. Poi Giancarlo Lippi che era un mio amico e veniva alla piscina dove io giocavo a pallanuoto, una volta mi disse: «Perché non vieni anche te a giocare a rugby, so che vi allenate al Padovani… ». Così un giorno, capitai lì per caso, mi buttai, e cominciai a giocare a rugby. Fu così che conobbi una persona veramente notevole: il dottor Tessari. Una persona veramente squisita che non mi dimenticherò mai, è stato il mio primo allenatore. È stato lui a farmi iniziare, tramite il Lippi. Poi conoscendo anche altri ragazzi dei quali ho avuto una grande stima, come il Rannotti e il “Brillino”, mi sono inserito. Io prima ho giocato al calcio storico e poi al rugby contrariamente a quanto succede spesso.

In che anni siamo?
Era il ’49/’50. Il Calcio Storico è ripartito dopo la guerra nel ’46 ed io la prima partita la feci nel ’48. Gli azzurri si allenavano al Padovani e avevano la sede all’Affrico. Dove adesso ci sono gli spogliatoi del tennis, che prima non c’erano, noi lasciavamo le biciclette, perché a quei tempi ci si spostava con quelle, e lì ci si spogliava. Tutta la squadra dei Verdi si allenava lì. Gli Azzurri sono venuti dopo, verso il ’70. Nel Calcio Storico a quei tempi le prime partite le giocavano i Verdi contro i Rossi e i Bianchi contro gli Azzurri. Di solito vincevano i Verdi e i Bianchi che facevano la finale. Io ero dei Verdi ma giocavo anche azzurro. I calcianti coprivano due colori. C’erano due coalizioni, Verdi-Azzurri e Bianchi-Rossi, poi ci fu la scissione e si divisero nei quattro quartieri e ognuno scelse il colore che preferiva.

Quindi sei stato un precursore anche del binomio calcio storico-rugby…
Si certo. Alcuni giocatori nostri del rugby andavano a giocare nei Bianchi, tipo il Lippi, il Filippi, Mazzacurati, Molfetta. Altri come me, il Brilli, il Carletti e il Ronchi, che era mediano di mischia, si giocava negli Azzurri.

Mi racconti qualcosa della tua carriera rugbistica?
Allora senti il primo anno che giocai era il ’50 e la prima partita la feci contro il Parma. Il Parma, Il Rovigo, l’Amatori Milano e L’Aquila erano le squadre migliori poi c’era la Roma e la Lazio. Si parla della Serie A, ma noi come Cus non si poteva tenere il tenore della Serie A. Si passò in Serie B, dove si giocava contro il Bologna, contro il Livorno. Erano partite molto accese anche in Serie B. Si andava a Torino a Trieste. Erano queste le squadre di Serie B. C’era anche la Partenope e i Bersaglieri Sanniti. Fino al 64’ ho giocato sia a rugby nel Cus Firenze che a calcio storico, quando mi feci male ad un ginocchio e dovetti smettere.

CUS FIRENZE vs BOLOGNA – Padovani ’50/’51 Da sx maglia bianca: Molfetta; Nannotti; Bacci (dietro); Martelli; Mansani; Brilli.

I ricordi più belli?
I ricordi più belli sono quelli delle trasferte. Le trasferte si facevano in treno, quello che era bello era l’atmosfera che si creava nei vari scompartimenti del vagone. La gente veniva a sentire le battute, le canzoni che logicamente erano un po’ scurrili. Erano canzoni accese, tipo quelle del Vinicio – che aveva una mente notevole – , dei fratelli Luconi, Armando e Renato – che poi è diventato medico ginecologo – gente effervescente, come anche il Molfetta. Il piacere era andare fuori insieme, l’allegria di quei momenti era il viaggio per arrivare alla partita. Poi c’era la soddisfazione di giocare… qualche volta si perdeva purtroppo, ma al rientro si ritrovava quel momento di allegria insieme che poteva risollevarti dallo sconforto della sconfitta. Sconfitta presa nel senso goliardico.

Hai giocato pilone, anche a quei tempi era un ruolo di sacrificio immagino…
Eh si, purtroppo molto pesante. Ero anche pilone destro… per cui ancora più di sacrificio, ma non sono mai indietreggiato. Questo posso dire, anche quando il Lippi – che era seconda linea dietro di me – mi diceva “retrocedi” quando voleva far girare la mischia, ma io non volevo arretrare. Si rinnovava sempre questa battaglia tra me e il Lippi quando mi chiedeva di retrocedere e io non volevo.

Cosa è cambiato nel rugby di oggi rispetto a quello di quei tempi?
Prima di tutto noi si giocava molto al piede. La palla che cadeva a terra non è che si raccattava e si faceva la “testuggine” come adesso, si formava una specie di gruppetto e con calcetti si portava avanti. Ma erano tutti giochi infantilini. Poi in touche adesso ti buttano per aria, mentre prima bisognava saltare e i piloni facevano da protezione a chi saltava per formare la maul per andare avanti. Un ottimo saltatore era il Carletti, saltava molto alto, nonostante fosse 100 e passa chili. Il gioco nostro era semplice e lineare. Touche, si vinceva la palla, il mediano di mischia la passava sui trequarti, palla fino all’ala che calciava sui centri. Si cercava di recuperare la palla e di sviluppare il gioco come prima magari dalla parte destra invece che sulla sinistra o viceversa.

Quali sono i personaggi che vuoi ricordare? Prima hai citato Tessari…
Tessari il nostro allenatore, un uomo disponibile, di una grande apertura d’animo e competente. Era un parmigiano, faceva il farmacista e si era trasferito a Firenze, aveva la farmacia al Ponte Rosso. Ogni tanto si andava li a trovarlo, e io lo andavo a prendere con la macchina per portarlo al campo per allenarsi. Era una persona squisita di una capacità e di una disponibilità notevole che ti trasmetteva qualcosa di eccezionale. Abbiamo conosciuto anche la moglie e i figlioli, abitavano in viale Lami lungo la ferrovia, io andavo a prenderlo e lo accompagnavo al campo. Alle tre, tre e mezzo noi ci si allenava, nell’orario di chiusura della farmacia. Con lui ho avuto un rapporto notevole… di disponibilità… un’amicizia… me lo ricorderò per tutta la vita quest’uomo.

Fra i giocatori chi hai il piacere di ricordare? I tuoi compagni di prima linea?
I miei compagni di prima linea si. Mi ricordo inizialmente c’era il Luconi che giocava pilone, Vinicio Brilli e “Carlino” Martelli, che si sono avvicendati continuamente per un motivo o per un altro. Chi ha avuto il periodo più lungo in prima linea è stato il Da Milano anche lui pilone, un ragazzo molto quadrato e molto forte anche. Poi naturalmente di tallonatori ne sono passati diversi, dal Bacci al Melli e tanti altri. Gente con la quale siamo stati insieme 10/15 anni e abbiamo fatto le cene fino a qualche anno fa. C’erano anche diversi studenti stranieri, inglesi o francesi, che venivano a studiare a Firenze stavano un anno o due e poi sparivano. Con quelli, che magari erano anche molto bravi, non c’era quell’affinità che avevo con gli altri. Quindi ritorno a dire il “Baccino”, che fu il primo tallonatore che ho avuto, poi il Melli che è diventato magistrato e che purtroppo è morto, poi c’era il Cavallo e il D’Onza padre di Matteo, architetto… anche lui è venuto a mancare.

E negli altri ruoli?
C’erano le seconde linee, le più belle di tutti. Li c’era il “Lippone” e questo Carletti, uno grossone che lavorava dai pazzi, era medico a San Salvi. Una volta, mi ricordo, si andava a giocare a Padova, e ci allenava allora il Turcato, che era stato tallonatore con me, che veniva da Rovigo, uno che veramente nel rugby poteva spadroneggiare. Poteva giocare tutti i ruoli da tallonatore a terza centro, veramente notevole. Si giocò così contro il Padova che era allenato da “Maci” Battaglini, un giocatore del Rovigo che giocò in Francia e al quale è stato intitolato lo stadio di Rovigo. Noi si vinse e lui gli disse a Turcato, che era stato suo compagno di squadra nel Rovigo: «Se io avevo gli avanti che hai tu potevo vincere il Campionato Italiano!». Una mischia forte, veramente notevole. C’era il Molfetta, che era una terza linea anche lui… il “Molfettino” che giocava nei bianchi. Poi un’altra terza che mi sembra di ricordare si chiamasse Marisi, insomma proprio una bella mischia. E ti ripeto io non volevo cedere, puntiglioso com’ero non volevo cedere. I nostri avversari non hanno mai avuto vita facile, non ci “scarrettavano” mai per intendersi.

Quindi le coppie di piloni sono state?
Diciamo che a destra ci sono sempre stato io. Poi si alternavano, Martelli, Brilli e l’ultimo fisso che è durato vari anni è stato il Da Milano. Ricordo anche che il Tessari usava la nostra terza centro con questo criterio: una volta vinta la palla in touche o mischia e che il mediano aveva passato la palla ai trequarti, lui andava a fare la copertura dietro. Doveva essere sempre all’altezza della palla in modo che se la perdeva un trequarti lui poteva intervenire e raccattarla. Tessari aveva escogitato questo sistema e lui interveniva in questo modo.

Un episodio che vuoi ricordare? Sportivo o goliardico…
È quando si andava in treno in trasferta e c’era uno nuovo. Bisognava firmargli il sedere tutti, – ride ndr – non ti posso dire di una persona… erano questi i momenti che ti riempivano il viaggio noioso. I momenti piacevoli, oltre alla partita ovviamente, quando ci si doveva trasferìre il viaggio ti riempiva di piacere.

Un messaggio che vuoi dare ai tanti giovani che anche nella nostra Società iniziano ora il rugby
Penso che il rugby sia una disciplina sportiva come non ce ne possa essere di migliori. È un gioco di squadra in cui bisogna andare ad aiutare il compagno in difficoltà. Una cosa che in altri sport non esiste. Questo è il bello. Se un compagno è in difficoltà devi essere immediatamente pronto a dargli una mano, ad aiutarlo. Dove lo trovi questo? Lo trovi nel calcio? Non esiste. Lo trovi nella pallanuoto? E io ho giocato anche a pallanuoto… non esiste. Lo trovi nella pallavolo, nel basket? Non esiste. Non c’è che nel rugby. Se c’è uno che è in difficoltà, te devi intervenire per dargli una mano. Ti devi sacrificare per aiutarlo a fare quello che lui aveva intenzione di fare. Questo è il bello del rugby. Ed è uno sport che ti da nella vita un insegnamento notevole. Di cavalleria, di disponibilità e di sacrificio. I giovani devono saper questo.

Grazie Gianni!
Ma che ti pare.

 

A cura di Jacopo Gramigni e Donatella Bernini