“La palla ovale” di Catia Ballo

C’era una volta un bambino… E no, direte voi, la solita storia no… la scuola è finita… basta!
Ehi voi là in fondo, sì, dico a voi che fate gli indifferenti… non andate via…quella che vogliamo raccontarvi stasera è una bella storia… è la storia della prima palla ovale di un bambino, due bambini, tre bambini…tanti bambini!

E’ la storia di un ragazzino vissuto un bel po’ di anni fa – un po’ anacronistica un po’ realista… ma molto suggestiva – affascinato dal racconto dell’anziano nonno che ricordava così i tempi della sua fanciullezza.
– Nonno, nonno, mi racconti la storia della palla ovale?
– Ma ragazzo mio – rispondeva il nonno – Te l’ho raccontata tantissime volte, sei sicuro di volerla sentire un’altra volta?
– Certo nonno – rispondeva il bambino – Voglio sapere tutto, imparare tutti i dettagli, conoscere ogni sensazione, ogni aspetto, tutto di tutto per poterla, un giorno, raccontare ai miei bambini e ai miei nipoti.

E allora il nonno prese posto sulla sua sedia a dondolo. Era un’antichissima sedia realizzata da un suo antenato agli inizi dell’800 tramandata di padre in figlio. Una sedia che era stata sempre occupata dal capo famiglia che ogni sera ed in ogni momento di festa amava radunare intorno a sé moglie, figli, nipoti e raccontare storie a volte vere, a volte fantastiche e altre un po’ fantasiose.

Il suo anziano babbo prima di morire lo chiamò a sé e gli disse: “Figlio mio, come ben sai, la vita non ci ha riservato grandi cose, ma abbiamo sempre vissuto in onestà e serenità contando sulle nostre forze. La lealtà e il dialogo sono sempre stati aspetti imprescindibili della nostra famiglia. Vorrei che tu li trasmettessi ai tuoi eredi raccontando loro l’importanza di questa antica sedia”.

In realtà la sedia aveva una struttura e un aspetto piuttosto grezzo ma essenziale e soprattutto dopo molti anni era ancora in grado di garantire il distintivo e rilassante movimento oscillatorio.

Fatto è che il nonno, una volta adagiato sulla sedia con non poca fatica dati i suoi notevoli acciacchi fisici che però non gli avevano fatto perdere la sua voglia di spiensieratezza, prese sulle ginocchia il suo nipotino, un ragazzino piuttosto sveglio di 7 anni, e cominciò.

“Come ben sai, ragazzotto, il nonno ha vissuto la sua infanzia e giovinezza nel primo dopoguerra, e malgrado la vittoria militare, il nostro stato si era indebolito: l’Italia era uscita stremata dalla guerra, afflitta da una gravissima crisi economico-finanziaria che diventò via via sempre più profonda mutando gli equilibri sociali, creando grandi ricchezze per alcuni e nuove povertà per altri.

E anche nel nostro piccolo paese c’erano famiglie che avevano più risorse di altre; e ognuna di loro era impegnata nella sopravvivenza quotidiana. Non esistevano momenti conviviali collettivi, anzi, si tendeva ad evitare qualsiasi tipo di aggregazione. Anche quando a turno i ragazzi o le donne andavamo a prendere l’acqua, giù alla fonte, gli sguardi non si incontravamo mai: né un sorriso, né un saluto, né una stretta di mano. Anche i ragazzi del paese si evitavano: non c’erano Amici.

Io però, sai, un amico ce la avevo. Si chiamava Piero. Le nostre modeste case erano vicine e ogni tanto ci vedevamo. Non si può dire che le nostre famiglie fossero amiche, però non c’era tra di loro quella indifferenza che invece caratterizzava il resto del paese.

Una volta io e Piero ci eravamo messi in testa di costruire una palla. E sebbene i mezzi di comunicazione non fossero quelli di oggi, ogni tanto, però, ci arrivano le notizie delle imprese di quella mitica Nazionale di calcio Italiana, guidata da Vittorio Pozzo. Sai, ragazzo, – disse il nonno facendo oscillare la sua sedia e prendendo fiato – questo signor Pozzo aveva partecipato alla Prima guerra mondiale in veste di tenente degli Alpini. Un’esperienza che lo segnò profondamente e da cui trasse rigore morale ed educazione alla modestia e all’essenzialità spartana della vita di trincea che applicò costantemente ai rapporti umani e alla professione sportiva. Oggi tutto questo è solo il ricordo di un uomo e di uno sport che fu, e che sui giornali, sui tg, nei talk show televisivi viene rievocato per rimarcare sempre più frequenti e deprecabili atti di violenza.

Ma torniamo a noi, figliolo. Anzi a me e Piero: volevamo anche noi provare questo gioco con la palla e con i piedi. E decidemmo di provare a costruirne una. Andammo nella stalla di mio zio dove c’erano due mucche e un cavallo. E lì trovammo una sacco di tela che lo zio utilizzava per mettere dentro la paglia, il fieno, l’erba che quotidianamente all’alba andava a raccogliere e portava al suo modesto allevamento che gli permetteva di sopravvivere. Prendemmo il sacco e andammo giù al fiume, dove c’era la fonte. Lì trovammo un bel po’ di sabbia, in realtà i detriti disintegrati delle rocce che sormontavano il nostro fiume e incorniciavano il nostro piccolo borgo. Avevamo portato con noi i secchi con cui lo zio abbeverava il suo bestiame; entrammo dentro l’acqua gelida che ci arrivava appena sotto il ginocchio e cominciammo a raccogliere dal fondo la sabbia. Riempimmo due secchi e con quelli tornammo verso il paese. Li svuotammo sul sacco che avevamo adagiato in una zona soleggiata intorno alla stalla, e lasciammo ad asciugare per alcuni giorni.

Eravamo pronti per realizzare la nostra palla e finalmente cimentarsi in quel gioco con i piedi di cui ne avevamo sentito narrare le gesta. Avevamo chiesto alla nonna di Piero, un’anziana molto simpatica che passava le ore seduta davanti alla porta della sua casa a ricamare lenzuola, asciugamani e teli vari, di darci una mano con il taglio del sacco e soprattutto per le successive cuciture. La nonna tagliò due bei pezzi di misura più o meno circolare di quello strumento che fino a poco tempo fa era servito per foraggiare il bestiame. E mentre lei teneva la tela nelle sue mani così piccole e consumate dal tempo, noi la riempivamo con la sabbia. La nonna con un gesto molto lesto che ci colse di sorpresa, chiuse la tela e cominciò a cucirla tutta intorno.

La palla aveva preso forma. Ma aveva una strana forma…Non era una palla circolare, come quelle di cui avevamo sentito parlare…Era allungata, ovale. A turno io e Piero la facevamo roteare tra le mani; toccarla però ci procurava una sensazione di….gioia. Sentire tutta quella sabbia compatta dentro come se fosse quasi un antistress! e quelle cuciture fatte a regola d’arte…Ah, era la nostra palla, l’avevamo realizzata noi. Provammo a metterla a terra e tirare dei calci. Ma non aveva una buona presa a terra.. .non ci piaceva. Ma il gioco del calcio prevedeva che la palla stesse a terra e gli si tirasse dei calci… ma come facevamo a prendere a calci la nostra palla…non potevamo, era troppo bella.

Ad un tratto Piero che da qualche minuto la stava già stringendo a sé, parti a razzo nel piazzale che stava davanti alle nostre due abitazioni e si diresse verso una staccionata che delimitava il confine con la proprietà del medico del paese. Con quel pallone stretto al petto ed ampie falcate, Piero non lo sapeva, ma si stava dirigendo verso il futuro!! Arrivato alla staccionata si inginocchiò, appoggiò la palla ovale a terra e urlò “meta, meta”. E mostrò il suo trofeo.

Chiesi a Piero di lanciarmi la palla e così anch’io provai l’ebbrezza di quella cavalcata fino alla staccionata e ad innalzare il nostro trofeo. Provammo a turno fino a tarda notte e la mattina seguente. Poi dissi a Piero di correre e provare a passarci la palla fino a raggiungere la meta insieme. Eravamo felici.

Un giorno si affacciò il figlio del dottore, un ragazzotto di qualche anno più grande di noi, che non avevamo mai visto se non la domenica quando usciva con tutta la famiglia per andare alla messa. Piano piano si avvicinò e ci chiese di poter toccare quella nostra strana palla ovale. E non appena la ebbe in mano, venne anche lui colto quasi da un raptus e cominciò a correre correre veloce con un sorriso stampato sul volto fino a raggiungere la meta. Da quel giorno, anche lui, mentre il padre – che rigettava qualsiasi tipo di contatto confidenziale e amichevole con qualsivoglia – era fuori per le visite, si univa a noi.

Via con passaggi, grande falcate a schiacciare la nostra palla. Dopo qualche giorno si unì anche il figlio del ciabattino, un bambino un po’ più piccolo di noi ma molto scaltro e lesto di gambe. Suo padre invece era un omone dall’aspetto molto burbero che, rimasto vedovo dopo pochi mesi dalla nascita del loro unico figlio, aveva dovuto sopperire all’assenza materna proteggendo oltre modo il bambino. Ma in fondo era una brava persona che tutti ammiravano per il suo grande spirito di abnegazione. Eravamo in quattro e potevamo fare due squadre. Correvamo, ci rincorrevamo per prendere e toccare quella palla. E tutte le volte era una piacevole sensazione…

Da quattro diventammo cinque e poi sei, sette, otto, nove, dieci… si era sparsa la voce che un gruppo di ragazzini giocava con una strana palla ovale. E chi di nascosto e chi invece riuscendo a strappare un esausto permesso, aveva nel corso dei giorni raggiunto il nostro cortile che cominciava a starci troppo stretto per le nostre falcate.

Il figlio del pastore in fondo alla strada, ci suggerì di spostarci nel prato dove il suo babbo era solito portare le pecore a pascolare. Un bel campo che ben presto divenne il nostro spazio dove giocare e far librare nell’aria la nostra palla ovale. Ogni volta che la palla finiva in meta era una gioia da parte di tutti, con strette di mano, pacche sulle spalle e un’altra cosa molto bella, carissimo mio giovanotto. Prima di andare a casa ci abbracciavamo tutti in una stretta che valeva molto più di qualsiasi parola, ringraziamento o sguardo. Eravamo un gruppo: era nato un gruppo di Amici!!

Sai figliolo – disse il nonno guardando il nipote con lo sguardo penetrante quasi a trasmettere la sua reale sensazione – se ci penso, ancora oggi, mi vengono i brividi… quella strana cosa costruita per caso aveva avuto la capacità di unire insieme tutti i ragazzini di varie età del paese, cosa che fino a quel momento non era riuscita a fare neanche la maestra incaricata della nostra alfabetizzazione.

Ma la cosa più strabiliante di tutti, sai quale fu, carissimo nipote? Che piano a piano riuscimmo a stanare dalle loro occupazioni anche i nostri padri. Tutte le sere al rientro a casa ognuno di noi raccontava cosa si provava a giocare tutti insieme per un raggiungere un obiettivo. Un obiettivo chiamato meta, dove tutti lottano, dove ognuno sa cosa fare e quando fare. Questo, nipote mio, avevamo capito: che ognuno di noi più grande, più piccolo, più magro, più lesto, Ognuno aveva un ruolo ben preciso. E riuscimmo a trasmetterlo anche ai nostri genitori che piano piano iniziarono a collaborare mettendo a disposizione le proprie energie e capacità. A parlarsi, a salutarsi, a stringersi la mano, ad abbracciarsi tutte le volte che noi facevamo una meta. Nacque la Società!

E ricorda figliolo – disse infine il nonno appoggiando la schiena alla sedia a cercare una piccola oscillazione – ricorda di non abbandonare mai questa sedia: da qui potrai parlare con i tuoi figli, i tuoi nipoti e raccontare storie vere o fantastiche… purché si racconti anche di come anche le conseguenze di un semplice errore, come fu la nostra palla, possano risultare positive e meravigliose come fu per noi scoprire quanto è bello fare meta!!

Alabim alabam……