Federico Pucciariello: un Barbarians al Padovani

Riflessioni a tutto campo con il pilone italo-argentino particolarmente legato a Firenze

Firenze, 2 marzo 2015 – Approfittando della sua presenza al Padovani abbiamo raccolto alcune riflessioni sul rugby ed i suoi valori da Federico Pucciariello, argentino di origini italiane, pilone azzurro e barbarians classe ’75, ritiratosi dal rugby giocato nel 2009 dopo aver militato presso JC Rosario, Parma, Narbonne, Gloucester, Bourgoin-Jallieu e Munster.

Sposato con Carlotta, fiorentina, e padre di 2 figli nati a Firenze, ha concluso la sua esperienza nel rugby professionistico dopo la conquista di Celtic League (Munster 2008-09) e Heineken Cup (Munster 2005-06 e 2007-08). Successivamente è stato responsabile tecnico della selezione dell’Unión de Rugby de Rosario (2010-2011). Dal 2009 svolge in Argentina la sua attività di imprenditore con la Rosario Bioenergy, azienda attiva nel settore delle energie rinnovabili specializzata nella produzione di biodiesel.

Federico parlaci del tuo rapporto con l’italia
Il mio rapporto con l’Italia è fortissimo. Innanzitutto ho 4 nonni italiani, son nato con la doppia cittadinanza e poi mia moglie e i miei figli son nati a Firenze, sono fiorentini. Veniamo due volte l’anno a Firenze, cerchiamo di mantenere questo bel legame. Stiamo bene qui, è una bellissima regione ed è una città favolosa. Oltretutto mia moglie ha una famiglia molto numerosa e abbiamo tanti rapporti familiari da mantenere.

Parliamo anche del rugby italiano in generale. Come si vede dall’Argentina il nostro rugby, con una Nazionale che sta cercando di fare quel salto di qualità che però negli ultimi periodi stenta un po’…
Il periodo che stiamo passando ora, dopo il picco che abbiamo avuto tre anni fa con un pareggio e una vittoria al Sei Nazioni che non è poca cosa per la Nazionale Italiana ai livelli che si sta giocando, pensiamo che siamo ai migliori livelli in Europa. Una realtà che anche io ho toccato quando l’Italia fece il suo ingresso nel Sei Nazioni nel 2002. Penso che la Nazionale abbia avuto molti alti e bassi, molti dovuti a questo cambio di politica della Federazione rispetto agli allenatori.

Io mi sono sempre trovato bene, parlo dal lato giocatore, con gli allenatori francesi. Coste è quello che ha portato la Nazionale al suo momento migliore, al suo apogeo. Poi son venuti Johnston, Kirwan, Mallett e compagnia bella, con una mentalità anglosassone con cui noi latini non ci troviamo, perché abbiamo tutta un’altra maniera di ragionare davanti alle difficoltà. Ci vorrebbe un antropologo per capire la mentalità latina rispetto a quella anglosassone. Che non vuol dire che sia peggio o meglio ma che siamo diversi, punto e basta. Perciò lì abbiamo perso parecchio tempo, secondo me. Ora ovviamente sotto un allenatore francese, che tra l’altro è una persona a postissimo, ritorna su il livello ma nasce il problema dell’età dei giocatori. I leader iniziano a essere stanchi, Castrogiovanni, Parisse… I Bergamasco son finiti, è naturale. Mirco ha iniziato con me nel mondiali ’99 ed anche Mauro.

Per me ora bisogna aspettare di trovare nuovi leader e non sarà facile. Anche in Argentina è successo lo stesso; due anni fa è stato un disastro e tutt’ora, finché non hanno trovato tutti questi giocatori giovani che di colpo sono emersi anche grazie alla fiducia che è stata data loro. In Argentina è stato un caso emblematico quello di Albacete. Capitano dei Pumas che litiga con il presidente della federazione di turno e lo escludono. Il capitano del Tolosa, uno delle migliori seconde linee venuto via; in un colpo sono apparse nuove seconde linee che hanno battuto il Sudafrica.

Sicuramente quello che fa salire il livello della Nazionale e del movimento è anche il campionato. Campionato italiano, campionato argentino: da un osservatore come te, cosa ci puoi dire? Quali sono le differenze?
C’ è molta differenza. Il campionato argentino è molto più esigente a livello tecnico, non a livello fisico. In questi due mesi in Italia ho visto tanta gente, ex giocatori, ex nazionali. Sono stato a Parma sabato con l’allenatore del Parma, con quelli delle Zebre. Il problema è che dobbiamo trovare qua in Italia la quantità. Con la quantità dopo si può andare a cercare la qualità. È molto difficile quando devi basare tutte le tue risorse sull’andare a comprare giocatori fuori, è quasi impossibile.

Bisogna che il rugby italiano abbia un campionato competitivo. È una decisione filosofica: vogliamo un campionato di club o vogliamo un campionato delle franchigie? Ora l’Italia non ha né l’uno né l’altro. Ha fatto franchigie dove il 90% non è stato d’accordo, poi i soldi non si trovano ed entrano in difficoltà grosse. È emblematico quello che è successo con le Zebre la settimana scorsa, picchiarsi tra due allenatori della stessa squadra non era mai successo. Infatti sono stato a Parma con i giocatori, era proprio sconfortati.

Io vedo che il rugby a livello mondiale ha preso o una scuola o l’altra. Quella dei club, come in Francia e Inghilterra, che sono le uniche due nazioni che hanno mantenuto i club, o il sistema delle franchigie come in Irlanda, Scozia, Galles, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda. L’Argentina deve prendere una decisione e l’Italia deve prendere una decisione. Gli unici due paesi che ancora non hanno preso una decisione chiara siamo Italia e l’Argentina. Siamo uguali, stesso modo di pensare, e ci resta difficile prendere una direzione unitaria e poi insieme sostenere il sistema scelto.

Non si può fare una franchigia con i club che non danno il sostegno che dovrebbero dare. Non c’è comunicazione fra gli allenatori federali con le franchigie e le franchigie con i club. Come succede in Irlanda. L’esperienza ci dimostra che ci sono 4 regioni: Ulster, Connacht, Leinster e Munster e gli allenatori della nazionale lavorano con queste 4. Questi a loro volta lavorano, nel caso del Munster con 83 club, perciò tutta la linea del rugby irlandese avanza con una gestione verticalista.

Quello che succede qua, ed è lo stesso in Argentina, è che uno va da una parte, due vanno dall’altra e non siamo insieme. Quello che dico sempre io, il rugby è uno sport in cui, quando sei in campo, dipendi anche dal compagno. Dobbiamo stare tutti uniti, lo sappiamo da giocatori e ce lo dimentichiamo fuori dal campo. Ognuno pensa in proprio ed è lì che secondo me c’è da rivedere le cose e chiederci: vogliamo portare avanti un sistema provinciale/regionale o andiamo sul sistema del club? Dopo di che si può chiudere anche il discorso delle franchigie. Non è detto che non si possa fare con i club. Gli Inglesi lo hanno fatto e si è dimostrato che funziona. Bisogna prendere una decisione.

Andiamo nel nostro piccolo. Hai avuto modo di conoscere la nostra realtà ed il nostro settore giovanile che sta migliorando e che sta crescendo anche a livello di presenze in Nazionale. Abbiamo due ragazzi che la settimana scorsa hanno vinto con l’Italia U18 in Irlanda… Puoi darci un parere sulla gestione del settore giovanile, e se c’è qualcosa che secondo te può essere migliorato?
Vedo un settore giovanile con tanti bambini, che vengono volentieri… Per me le strutture devono migliorare nel modo più assoluto, devono essere adeguate nelle dimensioni. Un solo campo dove si allenano tutte le squadre come il vostro… io andrei dal Comune e gli direi: “non è possibile che il rugby non abbia uno spazio più adatto di questo!”. Vengo da Parma dove il Comune ha fatto un impianto nuovo, per tutte e due le squadre. È bellissimo, con quattro campi ed una club house ciascuna, dove ti puoi sedere e c’è contatto tra giocatori, tifosi e dirigenti, un luogo comune, la palestra… tutto lì. Qua ci sarebbe lo spazio ma evidentemente il Comune non gli dà importanza. Qua è diverso il sistema. Io metterei pressione sul Comune.

Per quanto riguarda il rugby: vedo che la gente c’è, ci sono ragazzi che danno un sacco di aiuto. Io farei partecipare di più i giocatori della prima squadra. In Argentina lo facciamo, lo si fa nel weekend. I giocatori della prima squadra sono obbligati a venire ad allenare i piccoli. In questo modo si trasmette più facilmente lo stile di gioco dalla prima squadra alle giovanili. Qua c’è Alejandro, lo vedo che partecipa. Più ce ne sono meglio è. Diventa più facile per tutti.

Sai ci sono sempre degli alti e bassi. Qui vicino, il Prato ha trovato dei soldi. Poi i soldi sono finiti ed è sparito tutto. Invece questa Società lavora più sul lungo termine, è più reale. È quello su cui si deve scommettere, si deve continuare su questa strada. Questa è l’essenza, poi hai risorse al di là dei soldi, hai giocatori veri, di Firenze. E poi non ho mai capito perché Firenze non ha una squadra mega. C’è il calcio storico… quelli sono caratterialmente degli animali, bestiali caratterialmente; e vedi la Fiorentina. Il fiorentino è appassionatissimo a quello che fa, è un tipo che segue fino alla morte quello che crede. Se questa Società riesce ad avere più contatto con la massa della gente di Firenze, secondo me non c’è limite.

Hai portato la tua esperienza di rugbista, i valori del rugby, anche nella tua attività imprenditoriale come professionista di successo. Oltretutto in un campo difficile come quello delle energie rinnovabili e in un periodo come quello attuale che non è il massimo per portare avanti un’attività di imprenditore. Quali sono gli insegnamenti che il rugby ti ha dato e che ti hanno aiutato nella tua attività di imprenditore? Un messaggio che si può trasmettere ai giovani.
Il primo, fondamentale, è credere nei propri sogni e difenderli. Di fatto il rugby a me ha insegnato che tutto è possibile se ci credi e se ti circondi di persone che la pensano come te.

Il secondo, è questa contraddizione del nostro sport: andare da un punto A ad un punto B in avanti ma passando la palla indietro, la cosa più importante che abbiamo. Portare questo concetto nel business è fondamentale. Nel business o nella vita quotidiana vai molto più all’indietro di quanto vai avanti. Molti si lasciano abbattere da questa sensazione, dal credere di non arrivare mai. Ma si deve capire che quel centimetro in avanti è un centimetro in avanti anche perché sei dovuto tornare indietro per arrivarci. Quell’arretramento è stato per trovare uno spazio migliore per andare avanti, e scali e scali e scali in continuazione.

Sai per me, pilone, la mischia è stata una scuola di vita. Era tutta una questione di fisica e di matematica. Ero piccolo come pilone ed ho sempre giocato contro dei giganti di 120 chili di un metro e novanta. Phil Vickery, Hayes, tutti ragazzi giganteschi. Anche Tino Paoletti, erano tutti enormi alla mia epoca… Io pesavo 100 chili, ero un metro e settantacinque, ed ero quello che ero e mi dovevo confrontare con questi. Era tutta una questione di rapporti di energia, di risparmiare… E io ho sempre fatto questo. Quando uno guadagna anche se solo millimetri è la stessa cosa. Era un vantaggio che andava protetto e difeso.

Poi va sempre ricordato che per andare avanti, bisogna tornare indietro e questo l’imprenditore non lo capisce e si lascia abbattere. Questo succede in tutto il mondo. Ora anche la crisi è un fattore molto psicologico. La gente si ferma, ha paura di fare qualunque cosa… Qua in Italia è diventata una norma: qualunque cosa proponi, la gente ha paura. Bisogna superare le paure ed andare avanti, non puoi star fermo tutta la vita e non far nulla.

Sempre come principio, io cerco di fare le cose al di là dei soldi. Anche nel rugby ho sempre pensato che prima si deve essere professionista nel cuore e poi nelle tasche. Chi fa l’opposto non ha mai una lunga carriera. Ha un anno buono, forse due poi sparisce. Lo stesso è se fai l’imprenditore. Qualunque cosa uno faccia, deve farla con passione. È questo il segreto.

Jacopo Gramigni – Gianni Savia – Elisabetta Salucco